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L'occidente ha l'ultima speranza. Sono loro eroici dissidenti gli unici con la loro parola in grado di distruggere o quantomeno secolarizzare il totalitarismo islamico.
L'islam ha una paura folle di loro come di ogni spirito critico che metta in dubbio la perfezione del Corano e la sacralità del Profeta.
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«Presidente, intervenga, questo è terrorismo!». Con tali sconcertanti parole un centinaio di ulema yemeniti si sono rivolti al presidente del loro Paese, Ali Abdullah Saleh, chiedendogli di prendere provvedimenti per arginare le conversioni degli islamici che abbracciano la fede cristiana. Secondo il quotidiano palestinese al-Quds al-Arabi «solo nella parte vecchia di Sanàa», la capitale dello Yemen, «negli ultimi tempi duemila musulmani si sono convertiti alla fede di Cristo». Le guide spirituali islamiche chiedono a Saleh un immediato intervento in difesa della fede musulmana yemenita. Nella missiva, indirizzata anche ai parlamentari, si legge: «Dovete assumervi le vostre responsabilità religiose e morali nei confronti delle deviazioni che si stanno diffondendo nel Paese e che si insidiano nella società yemenita». Nel mirino degli ulema sono finite anche manifestazioni durante le quali giovani hanno potuto ballare promiscuamente (contravvenendo al costume locale che impone la separazione dei sessi) e una sfilata di moda. L’obiettivo principale, rimane comunque quello dei nuovi cristiani.
L’agenzia locale Mareb Press ha intervistato un uomo yemenita che ha abbracciato la fede cristiana, anonimo per ragioni di sicurezza: «Mi sono convertito nello Yemen - ha dichiarato - facendo semplicemente il segno della croce. Ho deciso di abbracciare questa nuova fede deluso dai sermoni che ascoltavo in moschea nei quali si invitava a uccidere e a compiere atti di terrorismo. Nel cristianesimo invece è vietato invitare a uccidere il prossimo e questo mi ha convinto». Secondo l’intervistato i cristiani nello Yemen sarebbero già più di 2.500. «Almeno 700 ora vivono all’estero - ha continuato - ma ci sono intere famiglie cristiane nello Yemen con le quali siamo in contatto via Internet. I cristiani si incontrano una volta alla settimana nella casa di un fedele straniero della capitale. Ci sono dei ragazzi che diffondono il Vangelo ma lo fanno di nascosto perché la polizia non lo permette». Un altro fedele cristiano ha spiegato che i convertiti si muovono con molta discrezione, ben conoscendo i rischi a cui vanno incontro.
Tutti gli ulema interpellati sull’argomento hanno infatti ribadito che la Sharia, la legge coranica, preveda la pena di morte per gli apostati. La stessa pena per chi rinnega l’islam è prevista dal codice penale yemenita: «La pena per l’apostata è la morte - precisa l’avvocato Khalid al-Anisi - e lo stesso vale per chi viene sorpreso a diffondere un’altra religione o a incitare altri alla conversione».
Sulla vicenda è intervenuta anche la Lega Musulmana Mondiale, criticando la presenza nello Yemen di scuole straniere e di istituti all’interno dei quali si diffonderebbe il cristianesimo. Il 21 settembre scorso Benedetto XVI aveva parlato del «diritto di cambiare religione, che va garantito non soltanto giuridicamente, bensì pure nella pratica quotidiana».
Il giornale
NELLO YEMEN LA PENA DI MORTE PER APOSTASIA DI FATTO NON E' QUASI MAI APPLICATA, MA NON PUO' CONSOLARCI. ECCO COSA VUOL DIRE PER I MUSULMANI LA PAROLA TERRORISMO, CON QUESTE PREMESSE UN DIALOGO CON I MUSULMANI POTRA' SOLO BASARSI SULLA FALSITA' E SULLA MENZOGNA. E I "MODERATI" SILENZIOSI COME SEMPRE
di Samir Khalil Samir, S.J.
Il termine che abitualmente viene utilizzato in arabo per definire la situazione di un musulmano che rinnega l’islam è riddah o irtidad. Chi si rende responsabile di questa scelta è chiamato murtadd, apostata. Una larga parte dell’opinione pubblica musulmana ritiene che l’apostata debba essere ucciso in virtù di ciò che viene definito “il castigo dell’apostasia”, hadd al-riddah. Nei secoli questa convinzione si è radicata a tal punto che, talvolta, per poter giustificare l’eliminazione di qualcuno, lo si accusava – e tuttora lo si accusa – di apostasia.
Il problema è tornato di stringente e drammatica attualità negli ultimi decenni sull’onda del cosiddetto “risveglio islamico”, per il fatto che i musulmani radicali hanno rivalutato questa pena e chiedono di applicarla a coloro che si convertono al cristianesimo o ad altre fedi religiose, oppure diventano a loro giudizio dei rinnegati. Ho ricostruito una bibliografia provvisoria di ventuno scritti recenti di autori siriani, giordani, egiziani, sudanesi, pakistani e iraniani, o di musulmani residenti in Occidente. La novità sta nel fatto che la questione è dibattuta ormai non solo tra specialisti del fiqh, il diritto islamico, ma anche sui mass media. Gli autori sono pensatori musulmani credenti, ma non necessariamente giuristi.
La vicenda dei “Versetti satanici” di Salman Rushdie ha fatto da detonatore assumendo improvvisamente una dimensione mondiale, a motivo dell’accusa di apostasia lanciata con una fatwa dal grande ayatollah Khomeini, che ha esposto lo scrittore anglo-indiano al rischio di morte. Altri casi hanno avuto una ripercussione più o meno locale, come quello della scrittrice del Bangladesh Taslima Nasreen, accusata nel 1994 di offesa alla religione e costretta prima a vivere in clandestinità e poi a riparare in Occidente. In Egitto ricordiamo l’assassinio nel 1992 dell’intellettuale Farag Foda e il fallito attentato nel 1995 contro il premio Nobel per la letteratura Naghib Mahfouz, entrambi opera di gruppi radicali che li accusavano di apostasia. Ancora più significativa è la vicenda che ha coinvolto il docente universitario Nasr Hamid Abu Zayd, condannato per apostasia nel 1995 da un tribunale del Cairo per aver proposto un’interpretazione storico-razionalista del Corano. In conseguenza di questa decisione è stato decretato lo scioglimento del suo matrimonio, in quanto alla donna musulmana non è permesso mantenere il legame coniugale con un apostata. Temendo di essere ucciso da qualche fanatico, ha scelto di emigrare nei Paesi Bassi dove attualmente vive con la consorte. Sempre in Egitto, l’accusa di apostasia è stata scagliata nel 2001 contro Nawal al-Saadawi da un avvocato radicale islamico.
I casi accennati sono relativi ad accuse di tradimento della religione musulmana. Ma non meno significative sono le vicende di conversione dall’islam ad altre fedi religiose, in particolare al cristianesimo. Dietro l’intera materia si stagliano alcune questioni di fondo: la libertà di coscienza, il rapporto tra religione e politica nelle società musulmane e, in ultima analisi, la concezione stessa dell’islam: è possibile pensare un islam “laico”, in cui religione e stato siano distinti?
Il problema è aggravato dal fatto che l’apostasia sembra configurarsi come un reato nel quadro dell’interpretazione tradizionale dell’islam fondata sul Corano e sulla sunna, la tradizione islamica. Rimettere ciò in discussione equivale a scuotere le fondamenta stesse dell’islam. Anzi, siccome questo reato viene descritto – secondo i fondamentalisti – nel Corano stesso e negli hadith, i detti del profeta, rimetterlo in discussione equivale ad arrecare un’offesa al valore assoluto del Corano, concepito come sistema che governa tutta la vita del credente, anche in ambito civile. L’apertura della più piccola breccia rischierebbe di far crollare tutto l’edificio intellettuale dei fondamentalisti, divenuti sempre più influenti nelle società islamiche. Criticare questo hadd, questa prescrizione penale del Corano, in nome della modernità equivale a dichiarare implicitamente che il libro sacro non è più valido per i musulmani – e a maggior ragione per i non musulmani – in epoca moderna.
I QUATTORDICI PASSI DEL CORANO
Sia i radicali che i liberali espongono le loro argomentazioni a partire dal Corano. In esso si trovano due termini per indicare l’apostasia: irtadda e al-kufr ba’d al-islam.
Il primo termine, irtadda, significa rinnegare, tornare sui propri passi, e compare in tre versetti. Uno dei più citati è quello della sura della Vacca, 2,217: “Quanto poi a quelli di voi che rinnegano la fede e muoiono da miscredenti, vane saranno le loro opere in questo mondo e nell’altro: finiranno nel fuoco e vi resteranno per sempre”. Gli altri due passi sono la sura della Mensa 5,54 e la sura di Maometto 47,25.
Il secondo termine, al-kufr ba’d al-islam, significa rinnegamento, incredulità o miscredenza dopo aver aderito all’islam. Si riscontra nel Corano undici volte. Il più citato e discusso è questo versetto della sura del Pentimento 9,74: “Giurano per Dio di non aver detto nulla, eppure hanno parlato da miscredenti e dopo aver abbracciato l’islam l’hanno rinnegato. Hanno cercato di attuare un piano che non è loro riuscito, e se l’hanno poi sconfessato è stato solo perché Dio, insieme al suo Messaggero, li ha arricchiti dei suoi favori. Se si convertiranno, sarà meglio per loro; se invece volteranno le spalle, Dio li punirà con un castigo doloroso in questo mondo e nell’altro; e qui in terra non avranno patroni né difensori”. Gli altri passi sono nella sura della Vacca (2,108-109 e 2,161-162), nella sura della Famiglia di Imran (3,90-91 e 3,177), nella sura delle Donne (4,137 e 4,167), nella sura della Mensa (5,73), nella sura del Pentimento (9,66), nella sura delle Api (16,106) e nella sura del Discrimine (25,55).
Quale punizione prevede dunque il Corano, per gli apostati? Dei quattordici passi che vi alludono, solo sette parlano di “castigo”, e sempre in riferimento a qualcosa che avverrà nell’aldilà, mai durante la vita. In un caso (2, 217) si parla del fuoco eterno; in un altro (2,161) della “maledizione di Dio, degli angeli e degli uomini tutti insieme”; e in quattro casi (3,91; 3,177; 5,73 e 16,106) di “castigo doloroso”. In un solo versetto, nella sura del Pentimento citata sopra (9,74), viene prescritto “un castigo doloroso in questo mondo e nell’altro”. Tutti i commentatori riconoscono la vaghezza di questa prescrizione rispetto alle altre pene coraniche. Infatti, mentre per il furto o per l’adulterio il Corano indica la punizione con estrema precisione (ad esempio, il numero dei colpi di frusta), c’è da stupirsi che per un reato tanto grave come l’apostasia parli soltanto di “un castigo doloroso in questo mondo e nell’altro”.
Anche gli islamisti radicali riconoscono che il Corano non è esplicito sul castigo dell’apostata. Uno tra gli intellettuali radicali più rappresentativi, Muhammad Salim al-’Awwa, scrive: “I santi versetti non fanno allusione, né da vicino né da lontano, a un castigo in questo mondo prescritto dal Corano contro chi avrebbe apostatato dall’islam. La sola eccezione è il versetto 74 della sura del Pentimento, che contiene la minaccia di una tortura dolorosa in questo mondo e nell’aldilà. Ciononostante, questo versetto non ci è utile per determinare il castigo dell’apostasia, perché parla del rinnegamento, kufr, degli ipocriti dopo aver abbracciato l’islam. Ora si sa che non è previsto alcun castigo in questo mondo per gli ipocriti, poiché non manifestano il loro kufr ma lo negano e nascondono. Le prescrizioni giuridiche nel sistema musulmano si applicano, infatti, solamente alle apparenze degli atti e delle parole, non a quanto nascondono i cuori e celano le coscienze. [...] Da ciò che precede concludiamo che il sacro Corano non ha precisato un castigo in questo mondo per l’apostasia; ma i versetti che fanno menzione dell’apostasia prefigurano una minaccia di un castigo dell’apostata nell’altro mondo” .
I musulmani di orientamento liberale hanno pubblicato, negli ultimi anni, vari libri che condannano il ricorso a procedimenti giudiziari contro gli apostati. Segnalo, ad esempio, quello dello sceicco egiziano Ahmad Subhi Mansur, intitolato “Il castigo dell’apostasia”, e il libro del siriano Adlabi, intitolato “L’uccisione dell’apostata”. Molte altre prese di posizione vanno nella stessa direzione. E tutti partono del Corano per affermare che esso contiene un orientamento generale favorevole alla libertà religiosa.
I liberali citano anzitutto il fatto che il Corano critica ogni costrizione religiosa. Sono tre i passi più citati in proposito, anche negli incontri tra musulmani e cristiani.
Sura della Vacca 2,256: “Non vi sia costrizione nella religione! La retta via ben si distingue dall’errore”.
Sura di Giona 10,99-10: “Se il tuo Signore l’avesse voluto, tutti gli abitanti della terra avrebbero creduto. E tu vorresti costringere gli uomini a diventar credenti? Nessuno può credere senza il permesso di Dio”.
Sura della Caverna 18,29: “Di’: La verità viene dal vostro Signore: chi vuole creda, chi non vuole non creda”.
Le due ultime sure citate sono meccane, corrispondenti cioè al periodo antecedente l’Egira, la migrazione di Maometto a Medina. Invece il primo testo, quello più famoso, risale all’inizio del periodo medinese, dunque dopo l’Egira, ed è databile attorno all’anno 623.
Questo dettaglio non è privo di importanza. Infatti la tradizione musulmana ha sviluppato la teoria dell’abrogante e dell’abrogato, al-nasikh wa-l-mansukh, secondo la quale certi versetti rivelati al Profeta ne avrebbero abrogati altri rivelati in precedenza. Il punto è sapere se questi tre versetti a favore della libertà religiosa sono stati abrogati oppure no da qualcuno dei quattordici versetti che parlano dell’apostasia, e in particolare da quello più specifico (sura del Pentimento 9,74) che parla di una punizione dell’apostata sia nell’aldilà sia in questo mondo. L’abrogazione è stata talvolta sostenuta da grandi giuristi del passato, in particolare da Ibn Hazm di Cordoba (994-1063), che appartiene alla rigida scuola giuridica hanbalita.
In epoca più recente, l’ex sceicco di al-Azhar, Muhammad Shalabi, commentando Ibn Hazm, ha scritto: “Noi non costringiamo l’apostata a ritornare all’islam, per non contraddire la parola di Dio: ‘Nessuna costrizione in materia di religione’. Ma gli lasciamo l’opportunità di ritornare, volontariamente, senza costrizione. Se non ritorna deve essere ucciso, perché è strumento di sedizione, fitnah, e perché apre la porta ai miscredenti, kafir, per attaccare l’islam e seminare il dubbio tra i musulmani. L’apostata è quindi in guerra dichiarata contro l’islam, anche se non alza la spada di fronte ai musulmani”.
Shalabi intende dire che il “versetto della non-costrizione” non è stato abolito; ma che l’apostata deve essere ucciso ugualmente, in nome di un altro brano coranico, quello della sedizione, fitnah, che viene oggi chiamato dai musulmani radicali “il versetto della spada”, ayat al-sayf, sura della Vacca 2,191-193. Ecco cosa dice: “Uccideteli ovunque li incontriate e scacciateli da dove hanno scacciato voi, poiché la sovversione, fitnah, è peggiore dell’uccisione. Non combatteteli però presso il Sacro Tempio, a meno che non vi attacchino per primi: in tal caso, uccideteli. Ecco la ricompensa dei miscredenti! Ma se desistono, sappiate che Dio è indulgente e misericordioso. Combatteteli dunque finché non ci sia più sovversione, e la religione sia quella di Dio. Se desistono, non ci siano più ostilità se non contro gli iniqui”.
Dunque, salvo poche eccezioni, i commentatori – anche quelli vicini alle posizioni più radicali – concordano nel dire che i tre versetti a sostegno della libertà religiosa non sono stati abrogati.
È questo che induce i musulmani liberali a sostenere che la linea principale del Corano è favorevole alla libertà di coscienza. Se il Corano parla talvolta dell’apostata, ciò non può opporsi alla linea generale, ma deve essere compreso in questo quadro globale, che è di tolleranza.
I DUE HADITH DI AWZA’I E DI ‘IKRIMAH
Ma allora, su che cosa si basa la pratica tradizionale islamica, se il Corano non stabilisce nessuna punizione specifica contro l’apostata?
Essa si basa su due detti, hadith, del Profeta, instancabilmente ripetuti dai radicali: quello dell’imam Awza’i, e quello di ‘Ikrimah.
Entrambi questi hadith appartengono alla categoria degli hadith al-ahad, cioè dei detti riferiti da una sola persona. In generale, gli ulema considerano non validi questi detti nella definizione delle pene e dei castighi corporali, hudud. Tuttavia, lo sceicco radicale egiziano Yusuf Al-Qaradawi, oggi uno dei più ascoltati nel mondo arabo, fa una difesa di principio di questo tipo di detti trasmessi da un solo testimone, affermando che sono ugualmente validi.
Su che cosa si basano, invece, coloro i quali sostengono che i due hadith non debbano essere presi in considerazione? Riassumerò qui l’argomentazione di alcuni autori, particolarmente quella dello sceicco Ahmad Subhi Mansur che, a mio avviso, ha fatto la migliore analisi storica e giuridica degli hadith in questione.
Per ciò che riguarda l’hadith di Awza’i, Mansur dimostra che egli fabbricò vari hadith per compiacere coloro che detenevano il potere. Nato a Baalbek nel 707, Awza’i era riuscito grazie alla sua abilità a introdursi nella corte di Damasco, non lontano dalla sua città natale, diventando il giurista dei califfi Omayyadi. Quando, nel 750, gli Abbassidi si impadronirono del potere e fecero il loro ingresso a Damasco uccidendo tutti i dirigenti Omayyadi e i loro cortigiani, Awza’i fu l’unico a uscire indenne da questo sanguinoso cambio della guardia. Possediamo il racconto del suo incontro con il generale Abbasside, riportato dallo storico Ibn Kathir, dal quale emerge la sua personalità opportunistica. È in questo contesto che Awza’i cita il famoso hadith al-nafs bi-l-nafs, vita per vita, che egli fa risalire al Profeta: “Il sangue di un musulmano non è lecito al di fuori di uno di questi tre casi: la vita in cambio della vita, l’uomo sposato che commette adulterio, quello che abbandona la sua religione e si separa dalla sua comunità”.
Secondo Awza’i, Maometto avrebbe dunque affermato che un musulmano può essere ucciso solamente in uno di questi tre casi. Il primo risulta dall’applicazione della legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. Il secondo, quello dell’adulterio, è in contraddizione flagrante con il testo del Corano riportato nella sura della Luce 24,2, che prevede esplicitamente una pena di cento frustate per l’adultero, ma mai la pena di morte. Il terzo caso corrisponde all’apostasia.
Richiamandosi a questo hadith – che si presenta senza nessuna catena di trasmissione, cosa completamente insolita nella scienza musulmana della tradizione – gli Abbassidi eliminarono i loro oppositori politici.
Aggiungo che nelle oltre 800 pagine della raccolta degli scritti di Awza’i, recentemente pubblicata a Beirut, questo hadith non è riportato. In compenso, se ne trova uno che parla di apostasia, anch’esso citato senza la pur minima catena di trasmissione. Molto curiosamente, riguarda solo la donna. È il numero 1354: “A proposito della donna, se si separa dall’islam, deve essere uccisa” .
Il secondo hadith a cui si rifanno i radicali, quello di ‘Ikrimah, dice: “Chi cambia religione, uccidetelo”. Anch’esso si presenta poco attendibile.
‘Ikrimah, morto nel 723, era lo schiavo di ‘Abdallah Ibn ‘Abbas, cugino di Maometto, e fu liberato dopo la morte del suo padrone. La sua fama deriva dal fatto che si cimentò a trasmettere delle “tradizioni” attribuite a Ibn ‘Abbas, il quale godeva di una grande autorità. Ma egli apparteneva al gruppo politico ribelle dei Kharigiti ed è ricordato dagli scienziati degli hadith per la sua scarsa credibilità e per la debolezza della catena di trasmissione da lui fornita: secondo la sua abitudine, egli fa risalire questo suo hadith a Ibn ‘Abbas, al quale attribuisce centinaia di detti. Inoltre, il contenuto stesso dell’hadith in questione non è in conformità né con la tradizione, sunna, né con il Corano.
In conclusione, le due tradizioni sulle quali si appoggiano i radicali per giustificare la condanna a morte dell’apostata sono entrambe molto discutibili.
UN PRECEDENTE STORICO: LE “GUERRE DI APOSTASIA”
Se dunque né il Corano né la sunna autorizzano l’interpretazione dei radicali, su che cosa essa si fonda?
Tra gli argomenti dei musulmani radicali ve n’è uno di carattere storico. Esso fa riferimento agli eventi noti nella storia musulmana con il nome di “guerre di apostasia”.
I liberali sottolineano il fatto che Maometto non ha ucciso mai nessuno in nome del “crimine di apostasia”. Per due volte, quando i suoi fedeli volevano uccidere un rinnegato, Maometto intervenne per impedirlo.
Si sa che Maometto combatté molte guerre, diciannove secondo la biografia ufficiale scritta da Ibn Hisham, non esitando ad uccidere i suoi nemici o coloro che si opponevano alla sua missione. Se dunque ha negato per due volte l’uccisione di un rinnegato è perché non considerava l’apostasia come un motivo che comporta una punizione nella vita terrena. Questa è l’argomentazione dei musulmani liberali.
Le “guerre d’apostasia”, hurub al-riddah, invocate invece dai musulmani radicali sono quelle condotte da Abu Bakr, il primo califfo, succeduto a Maometto dopo la sua morte nel 632 e morto egli stesso due anni dopo. I fatti sono noti: alla morte di Maometto, numerose tribù arabe già sottoposte allo stato di Medina fondato dal Profeta e che gli pagavano un pesante tributo in segno di vassallaggio, ne approfittarono per non versare più denaro e ottenere la libertà. Abu Bakr condusse una feroce guerra contro di loro, per farli rientrare in seno all’islam. Questo atteggiamento venne criticato da molti, in particolare dai primi compagni di Maometto, i Sahaba. Tuttavia, quando il califfo riuscì nell’intento di riportare la maggioranza di queste tribù sotto la sua dominazione, tutti si congratularono con lui. Per i contemporanei di Abu Bakr, come per gli storici musulmani, queste guerre avevano uno scopo economico e politico. Abu Bakr ha combattuto l’una dopo l’altra queste tribù per farle rientrare nel grembo del giovane stato musulmano, e così rimpinguarne le casse.
Il suo successore Omar, morto nel 644, il primo califfo a portare il titolo di “Comandante dei credenti”, non proseguì queste guerre. E il motivo era chiaro: avendo egli già conquistato ampi territori bizantini e persiani, il ritorno di qualche arabo ribelle avrebbe fruttato solamente un magro bottino. Anzi, la storia racconta che questo califfo protesse un apostata di cui era stata chiesta la morte. Ciò mostra in maniera evidente che queste guerre non avevano niente a che vedere con il problema dell’apostasia, ma piuttosto con quello del ritorno delle tribù arabe al nuovo impero.
CONCLUSIONI
Insomma, il reato di apostasia e la sua sanzione con la morte dell’apostata, che vengono presentati come fondati su una lunga tradizione nell’islam, non hanno in realtà un fondamento islamicamente accettabile. Non trovano fondamento nel Corano e nella sunna, né vi sono hadith che li giustifichino. Neppure la storia dei primi anni dell’impero islamico autorizza una simile interpretazione.
Da dove trae origine allora quello che è diventato un luogo comune largamente condiviso nel mondo islamico? I liberali sostengono che è un’invenzione dei giuristi musulmani ed è stata promossa per motivi essenzialmente politici. Ma allora – aggiungono – se questo reato è un problema politico, deve essere trattato politicamente. Se l’apostasia è un rischio per la nazione – e se l’apostata è giudicato alla stregua di un pericolo per lo stato, di uno strumento di fitnah, sedizione – allora si tratta di un problema politico da affrontare in quanto tale, non di un problema religioso che deve essere gestito dall’autorità musulmana.
È evidente che, dietro tutto ciò, quel che è in gioco è la libertà religiosa. E ciò va ben al di là dei casi di musulmani che si fanno cristiani o che criticano l’islam. Riconoscere come reato l’apostasia significa aprire le porte e offrire pretesto a ogni tipo di repressione esercitata dai gruppi islamisti contro tutti quelli che non la pensano come loro. È, in definitiva, dare carta bianca al terrorismo che vuole ammantare le sue gesta con una giustificazione religiosa.
Ecco, in sintesi, alcuni aspetti problematici sollevati dal dibattito attuale sulla riddah, dibattito che fortunatamente non sembra destinato a esaurirsi in un breve spazio di tempo. È perciò importante che i paesi occidentali, i quali si sono fatti spesso portavoce della difesa delle libertà, sostengano gli sforzi degli intellettuali musulmani che si impegnano per conciliare la fede islamica con i diritti dell’uomo e che lottano per un islam dal volto umano.
Un musulmano che condanna a morte gli apostati, non è un integralista e nemmeno un fondamentalista; è semplicemente un seguace dell'islam coerente con la propria fede. Non sta facendo nulla di diverso da ciò che un buon musulmano dovrebbe fare, ovvero seguire gli insegnamenti del profeta e la fonte non sono altro che le sacre scritture islamiche.
Il corano è pieno di versi che condannano gli apostati:
“E i miscredenti che smentiscono i Nostri segni, sono i compagni del Fuoco, in cui rimarranno per sempre.” (C 2,39)
“Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti uguali. Non sceglietevi amici tra loro, finché non emigrano per la causa di Allah. Ma se vi volgono le spalle, allora afferrateli e uccideteli ovunque li troviate. Non sceglietevi tra loro né amici né alleati.” (C 4,89)
Narrato da ‘Abdullah:
Narrato da Ikrima:
Ora sorvolando il particolare che per Ramadan pare degna di lode una figura come quella di Maometto che da buon capo mafioso era in grado di eliminare fisicamente chiunque volesse, semplicemente accusandolo di tradimento; sorvolando il fatto che le Hadith parlano chiaro al di là delle sue interpretazioni; sorvolando il fatto che l'assassinio è assassinio indipendentemente dalla causa (cambio di religione o presunto "tradimento"); ipotizzando che tutte le religioni siano superstizione; sottolineo solo un piccolo dettaglio: Gesù Cristo non ha ucciso nessuno, e tra i seguaci di queste due personalità, credo di sapere con chi si possa dialogare per costruire una convivenza civile.
“Il fascismo islamico è quel sistema nel quale la legge chiamata la sharia e i rispettivi dogmi raggiungono la società, la politica e la vita privata dell’individuo”.
E il fascismo islamico questa donna l’ha conosciuto direttamente, nata in Iran nel 1967 Chahdortt Djavann ha vissuto da ragazzina la rivoluzione islamica con la madre e i quattro fratelli.
Subì la tortura nazista per 10 anni essendo costretta a portare lo chador e assistendo ad arresti, soprusi e uccisioni di sue amiche e coetanee.
Fuggita a Istambul, poi approdata a Parigi nel 1993 dove tutt’ora risiede; si è laureata in antropologia e insegna all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociale.
E’ tutt’ora una scrittrice affermata; atea e scettica sull’esistenza dell’islam moderato; è diventata paladina tramite la sua penna dei diritti delle donne islamiche e come ogni apostata vive sotto scorta. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Che cosa Allah pensa dell’Europa” e “Giù i veli”.
Importante è sottolineare la costante battaglia che questa donna fa in funzione anti-velo, in cui rifiuta ogni tipo di intermediazione; secondo il suo parere andrebbe vietato nelle scuole al fine di non sottomettere le adolescenti all’integralismo islamico.
Per
Non accennategli pertanto discorsi "imbecilli" sulla falsa riga di: "in medio-oriente le donne portano il velo per libera scelta".
Fatto curioso è avvenuto infine a maggio di quest’anno dove invitata a una conferenza a Udine nella serie di incontri dell’associazione “Vicino, Lontano”; ha rifiutato sdegnata la partecipazione; causa l’accoglienza da star che la platea aveva riservato il giorno prima ad un altro illustre ospite: “il fascista moderato” ex presidente dell’Iran Katami.
Nel
Il movimento religioso che secondo gli insegnamenti del profeta coniugava e uinisce tutt’ora in tutto il medio-oriente la spiritualità con la politica, si era già esibito in decine di stragi e uccisioni di poveri innocenti che avevano insanguinato
Una mattina come tutte le altre un commando penetrò nella facoltà di Medicina presso l’Univesità di Aleppo, una cittadina della Siria Nord Occidentale e accompagnati dal grido: “Allah Akbar” si diressero verso l’aula dove stava tenendo lezione il prof. Yousif al Yousif, crivellando di pallottole il corpo dell’insegnante.
Questa morte non fu vana perché tra le studenti presenti all’orribile esecuzione c’era una fervente ortodossa Wafa Sultan che in quel momento perse la fede.
La ricerca delle cause che potevano spingere persone normalissime a diventare robot della morte convinse che l’unica ragione e fonte dell’indottrinamento stava in un’ideologia sanguinaria che promuove l’odio e la violenza dal quale occorreva a tutti i costi distaccarsi.
Laureata in medicina e conseguita la specializzazione in psicologia si trasferì in America nel
In quella data nella trasmissione di Al Jazeera citò le seguenti parole: “«Lo scontro di cui noi siamo testimoni nel mondo non è uno scontro di religioni o di civiltà, è uno scontro tra due opposti, tra due esseri. È lo scontro tra una mentalità che appartiene al Medio evo ed una mentalità che appartiene al XXI secolo, è lo scontro tra la civiltà e l'arretratezza, tra il civilizzato e il primitivo, tra la barbarie e la razionalità...” il resto è da godersi nel video.
La dott.ssa Sultan ha detto quello che molti arabi e musulmani pensano ma non possono dire pena la condanna a morte che le è arrivata due giorni dopo da parte degli integralisti; ovvero che l’islam è un’ideologia intollerante che le fonti del terrorismo sono nel corano e nella stessa vita del profeta, che gli stessi musulmani hanno cominciato il fatidico “scontro di civiltà” e cosa ancora più impensabile per un’araba ha difeso gli ebrei.
Lei è il mio primo esempio di apostata, un vero e proprio eroe da seguire a differenza dei musulmani che come guida hanno un mostro.
Wafa Sultan è atea e attualmente impegna parte del proprio tempo a conferenze e dibattiti in cui combatte l’islam, lo ritiene incompatibile con la moderntità e cerca di diffondere la propria esperienza al fine di liberare il maggior numero di mussulmani da questa ideologia totalitaria. Cura il sito http://www.annaqed.com e lavora al libro “The Escaped Prisoner: When God Is a Monster”; ritengo che il titolo sia sufficientemente chiaro.
Roma. “Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso”: questa terribile sentenza non è stata pronunciata da un membro di al Qaida, o da un estremista musulmano, ma da un esponente di spicco dell’islam “moderato”: Soad Saleh, rettore della facoltà di Ricerche islamiche dell’Università al Azhar del Cairo. E’ dunque il parere di uno dei massimi dirigenti della più autorevole fonte del diritto islamico, membro del consiglio che guida l’ateneo e che quindi ha voce in capitolo nella scelta dell’imam della preghiera della Grande moschea di Roma (che per statuto spetta ad al Azhar), e che poche settimane fa, con ogni probabilità, avrebbe accompagnato lo sheikh al Tantawi, rettore di al Azhar, nella sua visita a Benedetto XVI in Vaticano, se soltanto questa non fosse stata posticipata per motivi tecnici. Questo parere giuridicoteologico è di fondamentale importanza, perché unisce nella barbarie totalitaria l’islam terrorista che ha ucciso in Iraq, Indonesia e in Turchia centinaia di cristiani accusati di proselitismo e centinaia di islamici accusati di apostasia, con l’islam moderato, incarnato, appunto, nella guida di al Azhar. La sola distinzione tra questi due islam, certo non secondaria, ma ininfluente dal punto di vista dell’essenza totalitaria della teologia, sta nel fatto che Soad Saleh ritiene che “ciò non significa che i fedeli comuni sono tenuti a uccidere l’apostata, ma che questo è il dovere dello stato” e ha anche aggiunto che “gli apostati che non si vantano e non annunciano in pubblico la loro apostasia non sono passibili di morte”. Pena che invece, a suo parere, la giustizia egiziana dovrebbe comminare al venticinquenne Mohamed Hegazy, nato musulmano, convertitosi al cristianesimo, che ha chiesto di essere riconosciuto come cristiano nella sua carta d’identità, e ha dovuto nascondersi in clandestinità dopo aver ricevuto minacce di morte, “tanto più che si vanta e si felicita d’aver lasciato l’islam facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo”. Questo giudizio di Soad Saleh va ben oltre dunque il dibattito politico interno all’Egitto, perché quando uno dei massimi esponenti della massima autorità religiosa sunnita teorizza l’obbligo dell’uccisione dell’apostata e quindi del cristiano che tenti di convertire il musulmano, questo ha terribili ricadute non soltanto nel mondo musulmano, ma anche in Europa. Proprio su pressione di questo islam “moderato”, agli stati musulmani che già applicano la pena capitale per gli apostati (Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Sudan e Mauritania), si aggiungono oggi altri stati “laici” come l’Algeria e la Siria che la puniscono con forti pene detentive o pecuniarie o che la considerano reato grave. Ma questa tendenza liberticida ha immediate conseguenze anche in Europa, perché gli imam che fanno riferimento alle strutture religiose dei regimi più moderati (Marocco, Tunisia, Egitto) sono spinti, proprio dall’insegnamento di al Azhar, a predicare nelle moschee europee una teologia che prevede la pena di morte per chi abbandoni l’islam. E’ evidente che questo terribile freno alla libertà religiosa e alla libertà di pensiero, costituisce sia un vulnus inaccettabile per le libertà personali, sia un freno formidabile alla integrazione delle stesse comunità musulmane nel contesto europeo. Il fallimento dei vari modelli europei di integrazione dei musulmani (ma solo dei musulmani, non degli indù, o dei filippini, o degli ortodossi extracomunitari), ha in questa minaccia di morte per chi abbandoni l’islam una sua evidente radice, gravida di infinite conseguenze. Tra queste, anche quella di chi, in terra non musulmana, applica questo precetto di persona, come fece il padre di Hina Salem a Brescia due anni fa, uccidendola proprio perché apostata, perché stava per sposare un cristiano (fatto esplicitamente proibito dalla sharia, proprio perché induce alla conversione della donna, sottoposta all’autorità tutoria dell’uomo). Stupisce infine, in questo contesto, la mancanza di reazione pubbliche – a quanto consta – del nunzio apostolico al Cairo, il cardinale Michael L. Fitzgerald, già responsabile nella Curia per il dialogo interreligioso. A suo tempo defenestrato da Benedetto XVI, col seguito di autorevoli voci ufficiose vaticane che lo accusavano di “dilettantismo”, Fitzgerald si è poi molto speso per fare incontrare con il Papa in Vaticano lo sheikh al Tantawi, (che concorda con Saleh sulla pena di morte per gli apostati) e ora tace a fronte di questo segnale di intolleranza e di violenza che proviene dalla loro autorevolissima al Azhar.
Carlo Panella
(Il Foglio)